Sono stato un suo elettore, affascinato dalla sua dialettica nel senso più nobile del sostantivo: chiarezza di ragionamento, capacità di persuasione nei suoi lunghi discorsi a braccio senza mai perdere il filo . . . e cultura.
Di nobili e sani principi, credevo . . . . e onestà intellettuale, amore e senso di patria e di giustizia. Un gentiluomo della politica nell’aspetto e nella forma.
Una carriera politica, da MSI ad AN, con scelte coraggiose di larghe vedute . . . . e un futuro da statista.
Oggi non è più lui, non è più il politico cui ho dato il voto. In specie da quando ho letto sul “il Giornale” del 2 dicembre 2009 l’articolo a pag. 3 di Vittorio Macioce relativo al famoso fuori onda col procuratore Nicola Trifuoggi.
Sembra che abbia perso memoria delle sue radici e del suo passato: di tutto ciò che, radice di un modo di essere e di pensare, inflessibile e duro nei confronti di chi ne ha subito le conseguenze, nulla più vale.
Per la necessità propria del tiranno di auto assolversi, veleggiando ondivago dove più conviene, ha lasciato la diritta via da lui stesso tracciata e imboccato i sentieri più bizantini della politica del far nulla con la più ottusa pedanteria. Sterile filosofia e non politica. Tutto ciò che ha detto, scritto, conclamato e pontificato in cento e cento comizi, congressi e salotti, pure infioccato nei colori della patria, ha perso valore per grettezza politica, invidia, astio e odio verso l’alleato a cui tanto deve. Lui, il suo partito, la sua gente.
Le correnti erano «le metastasi del partito» ... e oggi? A cosa aspira, e che già non ha, per mettere a repentaglio il futuro del nostro paese e di noi tutti? C’è forse qualcosa che vale più di tutti noi italiani?
Basta, fare ancora il primo della classe in tutto . . . . un novello cavaliere errante convinto di essere stato chiamato per difendere i deboli e riparare torti. Un Don Chisciotte, patetico e folle è già caduto sotto le pale dei mulini a vento. Che scarichi quindi, una volta per tutte, i tanti Sancho Panza che, cortigiani famelici gli fanno codazzo, stupidi, ignoranti e boriosi. Che lo aizzano sperando favori e potere. Che torni in sé per il bene di tutti!
Tratto da Libero Data: 09 07 2010 - Pagina 6
Di Franco Bechis
Le svolte: Da delfino di Giorgio Almirante e nemico delle minoranze nei partiti. Gianfranco è diventato idolo della sinistra e avversario interno.
LE FACCE DI FINI
Camerata, compagno, liberal o opportunista?
Il leader che vuole FareFuturo ha un passato in cui predicava il contrario di quello che dice oggi. A partire dalle correnti.
Ci sono dirigenti "che in questi mesi altro non hanno saputo fare che nere previsioni, deputati assenteisti e smaniosi di protagonismo giornalistico che in tante occasioni hanno insultato chi non la pensava come loro e denigrato tutto il partito".
E ancora: "uomini timorosi solo di perdere le posizioni di potere acquisite e quindi pronti a tutto pur di mantenerle". Uomini "che costituiscono una corrente trasversale, per fortuna esigua nel numero quanto esiziale nelle conseguenze, che è la corrente dell'interesse personale e del tornaconto individuale".
Nossignori, questo non è uno sfogo di Silvio Berlusconi prima dell'appuntamento decisivo per il regolamento dei conti con Gianfranco Fini. Queste parole portano la data dell' 11 gennaio 1990 e sono state pronunciate a Rimini proprio da Fini.
Erano rivolte a Pino Rauti, il collega di partito che stava cercando di sfilargli la sedia da numero uno che pochi anni prima aveva ricevuto per investitura di Giorgio Almirante. Per colpa di Rauti quei mesi e quei giorni erano stati un inferno. E per questo Fini aveva in odio le correnti che tentavano di ribaltarlo di sella. E dal palco congressuale di Rimini il futuro presidente della Camera tuonò: "La collegialità non può essere una gabbia! E' necessario lo scioglimento delle correnti, di tutte le correnti, la cui dannosità è ormai evidente a tutti e con le quali è impossibile tanto il rinnovamento quanto la collegialità". Perciò - disse Fini - "il segretario in carica chiede come condizione indispensabile per lavorare con successo, lo scioglimento delle correnti". Toni forti e rabbiosi alternati a carezze per un uditorio che sembrava non sentire il suo fascino di leader (e infatti non lo sentì. il congresso si concluse con il ribaltone e con l'elezione di Rauti alla segreteria). Quella relazione è oggi negli archivi del Msi, perfino nella suo testo originario vergato a mano per qualche correzione dallo stesso Fini. Che di suo pugno inserì come aiuto per l'oratoria: "appello all'unità: no alla logica delle correnti".
Quasi 40 pagine di lungo discorso che letto oggi sembra scritto e annotato proprio da un altro uomo politico. Perché oggi Fini chiede e pretende quello che all'epoca voleva contrastare in ogni modo, anche violento. E fra le tante capriole e conversioni della carriera politica del presidente della. Camera, questa sulle correnti è stata fra le tutte la più tradiva. Scorrendo la documentazione degli archivi Msi si trova tutto il Fini che oggi non ti attendesti: quello anti-immigrati, quello che addirittura raccomandava insieme ad Enzo Raisi prudenza sulla concessione del voto ad ogni nero del Sudafrica, quello chiaramente e orgogliosamente fascista che mai e poi mai avresti pensato di sentire dopo pochissimi anni dalla mano destra tesa in saluto fascista assicurare che "il fascismo è il nemico assoluto".
Fra tutti gli uomini politici italiani probabilmente Fini è un mago vero nell'arte della capriola. Ma delle linea anti-correnti e congiure di partito aveva sempre fatto una bandiera.
Basti ricordare che accadde nel non lontano 2005, quando per quattro chiacchiere un po' birichine sulla sua vita privata sciolse in 24 ore le correnti di An con a capo i suoi colonnelli, mandò a casa Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli sostituendoli d'imperio con Andrea Ronchi e un nuovo staff, senza fare loro aprire bocca, senza convocare un solo organismo dirigente di partito, senza dare alla decisione dell'imperatore un minimo di supporto democratico e assembleare. Per questo stupisce la capriola delle correnti, più di ogni altro balzo dell'attuale presidente della Camera.
GIANFRANCO FINI, 1990 - COSÌ LA PENSAVA QUANDO ERA IL CAPO
· No alla spaccatura del partito a metà mentre per tanti anni il Msi era stato agli occhi della pubblica opinione il partito unico e compatto per antonomasia.
· No al proliferare e al radicarsi della logica correntizia,
intesa come strumento di pressione, autotutela e condizionamenti interni più che come veicolo di dibattito politico.
· Appello all'unità: no alle logiche delle correnti.
Tratto da Libero Data: 09 07 2010 - Pagina 23
Posta prioritaria di Mario Giordano
Lo strano percorso del mutevole Fini
Una cosa è certa: non puoi insegnare ai granchi a camminare dritto. La morale è sempre la stessa dai tempi di Aristofane. Bisogna smetterla di voler cambiare il presidente della Camera a tutti i costi. Via, rilassatevi. Fini non cambia, per ora. Non insistete, il momento opportuno per il cambiamento arriverà all'improvviso. Oggi è tutto un altro Fini rispetto solo a pochi anni fa. E'cambiato tutto. La moglie. La cravatta e gli occhiali. I calzini e i riferimenti ideali. «Non cambiare idea ogni lustro è da cretini», parola di Gianfranco Fini.
PIERPAOLO VEZZANI Correggio (Re)
Ho smesso di chiedermi quale sia il progetto di Fini, le dico la verità: non mi interessa nemmeno più. Da quando ha cominciato a usare la presidenza della Camera (terza carica istituzionale) come lo scendiletto per le sue ambizioni personali, quando ha trasformato il calendario dei lavori parlamentari in un'arma contundente nei confronti di Berlusconi, da quando è partito all'attacco per creare un altro partito (senza riuscirci) o almeno un altro gruppo parlamentare (senza riuscirci) e si è ridotto con un manipolo di desperados a creare una correntino di disturbatori d'assemblea, beh, suscita in me la stessa simpatia di un posacenere vuoto. Essendo io, per altro, un non fumatore.
Viene spesso ricordato che Fini è stato sdoganato da Berlusconi, nel famoso discorso dall'ipermercato emiliano del dicembre 1993. Ma in realtà quello è stato solo il primo passo di un percorso che l'ex leader della Fiamma non avrebbe mai potuto fare senza l'appoggio, il sostegno e soprattutto i voti di Berlusconi.
Adesso si crogiola nei complimenti di "Repubblica", si fa vezzeggiare da quelli che fino a qualche anno fa gli gridavano di tornare nelle fogne, non gli par vero di essere diventato l'idolo dei salotti radical chic che una volta non aveva nemmeno la legittimità.
politica di frequentare. Sembra un bambino che ha vissuto per anni in una baita isolata in montagna e che viene portato all'improvviso in un Toy's Center: roba da impazzire.
E non capisce che, così facendo, diventa egli stesso una marionetta: senza idee e senza valori, ormai sradicato dal passato e con un futuro improbabile, privo di qualsiasi contenuto e di qualsiasi tradizione. Vaga come un fuscello al sinistro vento, seguendo un'unica via: quella di rompere le scatole all'uomo che è stato, politicamente, la sua fortuna.
Ormai è palese, quasi imbarazzante: Fini esiste solo per dire il contrario di Berlusconi, l'unico suo obiettivo è mettere i bastoni fra le ruote del Cavaliere, senza rendersi conto che appena sparito quest'ultimo, la sinistra farebbe immediatamente a meno anche di lui...
Per il resto, lei ha ragione. Tutto si può cambiare: le idee, i vestiti, gli occhiali, la cravatta, la moglie. Si può cambiare il modo di atteggiarsi, i contenuti delle proprie riflessioni, il modo di rapportarsi agli altri. Si può cambiare casa, città, ristorante, calzini, religione e colore delle mutande. Tutto si può cambiare, è vero. Ma a me resta solo un dubbio: non si potrà prima o poi cambiare anche il presidente della Camera?
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Ci sono modi e modi di chiedere rispetto. E, con un po’ di umiltà, mettersi nelle condizioni di meritarlo.

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